Un ascolto sul campo di musiche carnevalesche e delle discussioni successive sul loro senso.
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Senti i suoni della Sortilla e'Tumbarinos del Carnevale 2007
Tamburinos de Gavoi
Il 15 febbraio del 2007 sono stato a Gavoi con Ignazio Macchiarella e Andrea Congia. Un giovedì di una giornata invernale, non particolarmente fredda. Un giovedì di Carnevale. L‘aria intrisa dell‘acre odore del fumo dei camini. Quel giorno si svolge a Gavoi una manifestazione che coinvolge l‘intera comunità: Sa sortilla 'e sos Tumbarinos. Il particolare interesse suscitato da questa manifestazione nasce dall‘elemento intorno al quale l‘aggregazione si compie: la musica. Una musica molto speciale. Un raro caso ai giorni nostri in cui ad essere musicalmente protagonisti non sono gruppi ristretti di musicisti (dilettanti o di professione che siano), ma quasi tutti gli abitanti di un paese. Non più soltanto ascoltatori di oggetti musicali preconfezionati ma produttori di —musica fresca di giornata“ con tutto ciò che questo fatto può significare. Dal punto di ascolto nel quale mi trovo scorgo solo poche persone che chiacchierano. Forse è presto, siamo colti dal dubbio che il luogo di raccolta non sia quello nel quale ci troviamo, come del resto indicano alcuni cartelli scritti a mano esposti in un bar: la piazza della Chiesa. Avevamo torto ad avere dei dubbi: infatti in lontananza, nel silenzio del primo pomeriggio, riecheggiano sordi rimbombi di tamburo che si fanno più vicini, dapprima radi, poi più frequenti e ancora silenzio. L‘intervallo fra i suoni si fa sempre più breve, e dalla qualità dei suoni s‘intuiscono tamburi diversi. Immagino che siano i musicisti che scaldano gli strumenti di un‘orchestra che ogni anno si riforma e s‘incontra soltanto per eseguire una prima: la prima. Nessuna prova? La prima coincide con le prove per l‘anno successivo! La manifestazione, vedrò poi io stesso, consiste in una sfilata lungo le strade del paese, durante la quale gran parte della popolazione, in un‘orgia di suoni e costumi esplode in un concerto del quale non esiste alcuna partitura scritta, né potrebbe esistere, ma che apparentemente ogni anno si ripete sempre uguale a se stesso. Apparentemente! Quasi improvvisamente come torrenti d‘acqua che confluiscono in un lago, le persone riempiono la piazza. Dalle strade circostanti compaiono gruppi di —musicisti“ cioè chiunque abbia con se uno degli strumenti utilizzati per la sortilla. Si chiacchiera, ci si dipinge il volto, alcune ragazze fumano il sigaro toscano, si impersona il ruolo scelto.
Sono persone di cui non è possibile dire età o genere predominanti. Ragazzini, giovanotti, madri, ragazze, anziani, nonne, bambini e bambine, vecchi, tutti abbigliati con maschere dalle fogge più stravaganti. Vecchi abiti sdruciti, abiti in velluto tradizionalmente usati nelle buone occasioni, pelli d‘animale, gambali di cuoio, jeans, maschere di legno o di altri materiali, copricapo dismessi. Il loro abbigliamento non sembra rispondere ad alcuna esigenza di uniformità. Ciascuno ha il proprio strumento. Predominano i tamburi, di varie dimensioni, fogge, nuovi o consumati dall‘uso, anno dopo anno. Un tempo erano fabbricati con pelle di cane, (si dice che essi venissero lasciati morire di fame, prima di utilizzarne la pelle); oggi a causa del giusto divieto di infligger loro queste sofferenze le pelli di cane non dovrebbero più essere usate per costruire i tamburi, infatti si utilizzano pelli di capra e d‘asino. Ma chissà, il dubbio è legittimo… Non solo i tamburi riempiono l‘aria dei propri suoni, anche pipiolus (sorta di piccoli flauti di canna), triangulus strumenti a percussione in ferro di forma triangolare, sonettus (organetti diatonici). E nient‘altro, salvo le voci, i canti e le urla dei convenuti. Una delle poche regole dell‘evento, certamente rispettatissima, impone che la tipologia degli strumenti utilizzabili sia quella appena descritta. All‘improvviso incomincia ininterrotta, per terminare solo molte ore dopo, quella che in un primo momento potrebbe percepirsi come un‘ossessione. Un tamburo, per proprio conto, dà il via al proprio disegno ritmico che ripeterà per tutto il tempo del lungo corteo. Altri, a loro volta, attaccano di seguito ciascuno quasi per conto proprio, o in gruppi di poche unità. Il fragore cresce fino a diventare frastuono. Tutti i tamburi fanno evidentemente riferimento ad un comune disegno ritmico. Questo pare a volte perdersi, poi ritrovarsi. Altri tamburi vanno continuamente aggiungendosi. Lentamente il ritmo de sortilla si sfuoca, per riemergere nitido con prepotenza dopo qualche momento. Un direttore invisibile sembra voler ricordare ai suonatori con grande pazienza ma con altrettanta fermezza il semplice motivo ritmico originario, collante della musica prodotta lungo tutto il tragitto del variopinto corteo. Ed intanto l‘imponente serpente di suoni e voci muove sinuoso lungo le strade riempiendole di sé. Ed è impossibile non lasciarsi trainare. Questa solidissima piattaforma di ritmo offre appoggio a tutti gli altri suoni che la colorano di mille sfumature. E‘ impossibile all‘orecchio sfuggire a questa fatale attrazione. Troppo grande è il suo potere, la forza che incalza. Si lascia scorrere il fiume e ci si ferma su una delle sue rive ad ascoltare: anche il suono cambia. Poco ma cambia, nuovi personaggi passano lasciando il proprio suono. La forma di base si presenta ancora, ma sotto diverse spoglie, con altri colori, è ubriacante. Niente si muove tutto si muove. Si sente urlare, il ritmo dei tamburi in certi momenti rallenta in attesa dei ritardatari. Qualche sprazzo di melodia de —unu sonettu“ accenna ad un ballo sardo. Sollecitato dalle note —de su sonettu“ emerge un canto ma di nuovo la forza del ritmo dei tamburi lo sommerge inabissandolo nella confusione. Vi sono rari momenti in cui il ritmo si spegne, ma sono brevi attimi. La memoria è troppo radicata per poter dimenticare. Cori di motivi a me sconosciuti emergono qua e là. Lungo il percorso ci viene offerto del vino, che, inutile dirlo, scorre abbondante come sempre, forse più di sempre. Ed il fragore cattura ancora una volta la nostra attenzione. Non ci si abitua. Il ritmo accelera. Infine cala la sera e il passo del corteo si dilegua in mille rivoli, così come la sua musica che lentamente si allontana spegnendosi. Ci ritroviamo così a riflettere sul senso di quanto accaduto, sull‘apparente anarchia musicale (la definizione è di Ignazio) cui tutti i partecipanti contribuiscono a definirne il carattere con i propri colori. Credo di aver trovato alcune spiegazioni molto pratiche: la velocità del suono prodotto dai tamburi, in un corteo distribuito lungo diverse centinaia di metri, genera necessariamente delle sfasature. Inoltre, mentre i tamburi hanno una sfera di ascolto abbastanza ampio, nell‘ordine delle centinaia di metri, strumenti quali i pipiolus, sonettus e triangulus agiscono in una sfera piuttosto ristretta, di qualche decina di metri. Ciò provoca, per quanto riguarda il ritmo dei tamburi, che diviene punto di riferimento riguardo alla struttura ritmica della musica prodotta, un disallineamento temporale tanto più grande quanto più lontano si trova il punto d‘ascolto dalle fonti sonore; mentre per quanto riguarda gli altri strumenti, il cui suono è più flebile, l‘impossibilità di udire le altrui melodie permette una certa libertà nella scelta di ciò che verrà eseguito, cacofonia comunque incoraggiata dallo spirito della manifestazione. Ma la spiegazione che attribuisce alla mobilità del corteo le caratteristiche di anarchia che si manifestano in questo evento non è abbastanza convincente. Semmai questa circostanza viene probabilmente utilizzata per ottenere proprio il risultato voluto. Si ha la sensazione di un evento per alcuni aspetti caotico ma allo stesso tempo sufficientemente strutturato, con caratteristiche particolari riproducibili anno dopo anno. Una manifestazione statica che si svolgesse in una piazza o come spesso avviene con i cori negli stadi, avrebbe in effetti potuto permettere di ottenere maggiore uniformità e coesione. Ma è evidente che se questa fosse stato l‘effetto ricercato, non c‘è dubbio che sarebbe stato ottenuto organizzando diversamente l‘evento. Per cui per comprendere correttamente questo rito collettivo occorre indagare su quali siano le ragioni per cui esso abbia assunto questa particolare forma. Si potrebbe anche supporre che una delle ragioni stia nella relazione che questa musica, in quanto improvvisata, ha con le modalità di produzione che presentano in genere le musiche improvvisate. Allora anche in questo come in tantissimi altri casi, sarebbe forse possibile ipotizzare che si utilizzi un modello di riferimento, per identificare il quale sarebbe però necessario disporre di un corpus di registrazioni effettuate in anni diversi ed in punti diversi lungo il corteo, sufficientemente ampio, così da poter effettuare questo tipo di analisi. Ma ciò non spiegherebbe qualcosa che sta più in profondità, tra le cause di quanto si manifesta: ciò che la comunità vuol rappresentare e il rapporto che ciò che viene rappresentato ha con il resto della vita sociale. Ciò che colpisce immediatamente i sensi, è che la —Sortilla e Tumbarinos“ di Gavoi utilizza i suoni, allo stesso modo in cui in altre manifestazioni del carnevale sono utilizzati i colori e le forme. Le parole d‘ordine sembrano essere varietà e uniformità, ma come abbiamo visto, nell‘ambito di prescrizioni abbastanza precise che caratterizzano questa manifestazione; esse sono: il set di strumenti usato, il ritmo scandito dai tamburi, il movimento del corteo.
Secondo Ignazio l‘anarchia musicale alla base de sa sortilla va interpretata alla luce dell‘allegoria generale del carnevale. Di fatto non abbiamo assistito ad altro se non ad un mettere in gioco, stravolgendoli nel senso del carnevale, dei segni forti dell‘identità locale (il costume; gli strumenti tipici - Gavoi è il paese dei pipiolus e tumbarinus; un ritmo-marchio della comunità e così via). Non le esecuzioni ordinate e coordinate del resto dell‘anno, ma un enorme caos - concepito come momento di spontaneità (ognuno sembrava fare per sé o a piccoli gruppi fra di loro autonomi) - pur nel riferimento comune di ritmi e segni dell‘identità locale. Una bella prospettiva di ricerca, senz‘altro!
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| Tumbarinos de Gavoi.pdf | 67.39 KB |